Sugli effetti collaterali della Bce

Il New York Times, pur lodando per i suoi benefici effetti di breve termine la politica di prestiti triennali all’1 per cento di Mario Draghi – denominata Ltro, Long term refinancing operations, in quanto concepita per facilitare i finanziamenti a lungo termine mediante crediti di media durata –, ora esprime dubbi sulle sue conseguenze strutturali. Le stesse politiche non convenzionali che hanno rassicurato gli investitori – è la tesi non infondata di alcuni analisti – potrebbero prolungare i problemi non risolti dell’Eurozona.
15 AGO 20
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Il New York Times, pur lodando per i suoi benefici effetti di breve termine la politica di prestiti triennali all’1 per cento di Mario Draghi – denominata Ltro, Long term refinancing operations, in quanto concepita per facilitare i finanziamenti a lungo termine mediante crediti di media durata –, ora esprime dubbi sulle sue conseguenze strutturali. Le stesse politiche non convenzionali che hanno rassicurato gli investitori – è la tesi non infondata di alcuni analisti – potrebbero prolungare i problemi non risolti dell’Eurozona. In particolare si argomenta che le banche potrebbero diventare degli “zombie”: per migliorare i bilanci, potrebbero essere indotte a fare impieghi rischiosi ad alto rendimento in titoli del debito pubblico di stati come la Spagna e l’Italia. Gli analisti finanziari americani, poi, citano l’esempio del Giappone, in cui le stesse banche, grazie al denaro a buon mercato della Boe, hanno continuato a far credito a imprese in perdita, penalizzando magari altre più meritevoli. Entrambe le critiche però riflettono un quadro istituzionale diverso da quello a cui si sta avviando l’Eurozona, mediante il modello del liberalismo delle regole, che Draghi aiuta a far emergere molto più che Angela Merkel o la Bundesbank (che pure dovrebbero conoscerlo, avendo ampie radici nella scuola di Friburgo di Ordo).

Questo primo “muro di liquidità” è stato infatti varato dalla Bce solo dopo l’impegno degli stati dell’Eurozona a sottoscrivere il patto che li obbliga al pareggio tendenziale del bilancio e alla riduzione costante del rapporto debito/pil. Dato ciò, il rischio che il mercato percepisce sui titoli del debito riflette ipotesi errate, mentre il finanziamento della Bce alle banche consente loro di acquistarlo a prezzi ragionevoli, riequilibrando domanda e offerta. D’altra parte né in Giappone né negli Stati Uniti esiste un controllo bancario esigente come quello dell’Eba (l’authority europea) nell’Eurozona, che ben difficilmente permette alle banche di nascondere i rischi di perdite su prestiti a imprese malsane, come è accaduto nell’intreccio giapponese fra banca e industria. Certo, la politica di denaro facile, rivolta a scongiurare la deflazione, mitiga la selezione darwiniana, lasciando sopravvivere qualche “unfit”, ma in compenso contrasta la crisi artificiale, quella che deriva dall’insistere nella politica di rigore senza sviluppo.